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Clausole di mafia nei cantieri: 57 milioni sequestrati e otto imputati

Un'indagine rivela come la ricostruzione dopo il sisma del 2016 sia stata sfruttata da mafia e politica per milioni di euro

Clausole di mafia nei cantieri: 57 milioni sequestrati e otto imputati

Il terremoto del 2016 ha devastato intere aree delle Marche, distruggendo abitazioni, scuole e strutture sanitarie. Il governo ha stanziato ingenti fondi pubblici per la ricostruzione, creando un mercato di appalti da decine di milioni di euro. Tuttavia, le macerie hanno offerto anche terreno fertile per reti criminali che hanno cercato di trasformare la ricostruzione in un affare redditizio.

Le indagini della Guardia di Finanza di Ancona, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno messo in luce un complesso intreccio tra gruppi mafiosi calabri e campani, imprenditori locali e funzionari regionali. L’operazione, nota con il nome “Ricostruzione”, ha portato all’arresto di otto persone e al sequestro di beni per oltre 57 milioni di euro, coinvolgendo più di cinquanta indagati.

Arresti, custodie e sequestri: i risultati dell’intervento giudiziario

Il giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare per otto imputati, tutti ritenuti responsabili di un sistema di frode nei lavori di ricostruzione. Parallelamente, sono state emesse misure di sequestro impeditivo su tre società e un blocco preventivo di beni per un valore complessivo di 57,3 milioni di euro. Le autorità hanno condotto più di cinquanta perquisizioni in tredici province, da Ancona a Roma, Napoli e Reggio Calabria.

Le indagini hanno evidenziato la creazione di contratti falsi per opere dal valore di circa 200 milioni di euro, ottenuti aggirando le norme sugli appalti pubblici. In molti casi, gli appalti venivano affidati a società “prestanome”, collegate a soggetti con precedenti penali per associazione mafiosa.

Le connessioni tra la ‘ndrangheta, i Casalesi e gli imprenditori marchigiani

Al centro della rete si trovava un imprenditore originario delle Marche, identificato con le iniziali V.C., che aveva consolidato nel tempo rapporti con famiglie mafiose calabresi, tra cui le clan di Taurianova e Rizziconi. Stabilitosi a Sassoferrato alla fine degli anni ’90, V.C. ha gestito una serie di società che hanno operato come subappaltatori nei cantieri di ricostruzione, ma anche come veicoli per fatture false dell’importo di circa otto milioni di euro.

Un altro nome chiave è Enrico Crucianelli, imprenditore maceratese arrestato con misura cautelare. Le autorità lo hanno definito “cerniera” tra le commesse pubbliche e le imprese legate alla ‘ndrangheta e al clan dei Casalesi guidato da Michele Zagaria. Grazie a questa posizione, Crucianelli è riuscito a far aggiudicare subappalti a ditte criminali, generando profitti di 18 milioni di euro per le imprese calabresi e 39 milioni per quelle camorristiche.

Fatturazione fraudolenta e riciclaggio

Le fatture di circa otto milioni di euro erano state elaborate con schemi contabili falsi, i cui incassi venivano poi trasferiti in contanti a membri delle cosche reggine. Il trasferimento di denaro è stato tracciato fino a due esponenti della ‘ndrangheta, dimostrando come i fondi pubblici fossero stati deviati per alimentare attività illecite.

Il ruolo delle istituzioni regionali: il presunto “comitato d’affari”

Tra gli imputati spicca l’avvocato Fabio Pistarelli, ex capo di Gabinetto della Giunta regionale delle Marche. Secondo le accuse, Pistarelli avrebbe coordinato un “comitato d’affari” con imprenditori e funzionari universitari, influenzando l’assegnazione di gare e il rilascio di finanziamenti per ospedali, studentati e progetti universitari. L’attività avrebbe fruttato circa 105 mila euro di utili, di cui 60 mila in contante e 45 mila sotto forma di lavori di ristrutturazione.

Le indagini hanno inoltre rivelato una tangente di 250 mila euro legata alla vendita di un ex monastero danneggiato dal sisma, destinato a diventare una residenza per studenti. Il caso mette in luce come la posizione istituzionale di Pistarelli abbia permesso di ottenere informazioni riservate e di manipolare la procedura di aggiudicazione.

L’operazione “Ricostruzione” ha smascherato un ecosistema criminale capace di infiltrarsi sia nei cantieri privati sia nelle decisioni amministrative regionali, sottraendo risorse pubbliche destinate a risanare le zone colpite dal sisma del 2016.

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