Il corpo di Francesco Ancona, operaio edile di 48 anni, fu rinvenuto il 11 febbraio 1987 lungo la provinciale 26 nei pressi di Mortara. Allora l’autopsia ufficiale non riuscì a dare una risposta certa, e la vicenda venne archiviata come suicidio. Le sorelle, Maria e Giuseppa, non accettarono la versione delle autorità e spostarono, fin da subito, un velo di dubbio sull’accaduto.
Quasi quattro decenni dopo, la procura di Pavia ha richiesto una nuova consulenza al medico legale Cristina Cattaneo, nota per le indagini sul caso Garlasco. La perizia, conclusasi nel 2025, ha ribaltato la conclusione originaria, indicando che Ancona fu vittima di un omicidio pianificato e non di un gesto volontario.
Le evidenze della nuova perizia
Gli esami più recenti hanno mostrato una serie di segni di violenza: colpi multipli alla testa con un corpo contundente, una lesione da difesa alla mano sinistra e una prolungata agonia di circa un’ora prima della morte. Il medico legale ha inoltre escluso la presenza di una sindrome depressiva, che era stata citata in precedenza per sostenere la tesi del suicidio.
Tracce di benzina e tentativo di occultamento
Sui vestiti e sulla pelle della vittima è stata rinvenuta una notevole quantità di benzina. Questo elemento è stato interpretato come il risultato di un tentativo fallito da parte degli aggressori di bruciare il corpo per cancellarne le tracce. La presenza di carburante suggerisce una logica premeditata e non un gesto impulsivo.
Segni di avvelenamento
Negli ultimi giorni di vita di Ancona i medici notarono una marcata debolezza fisica, compatibile con un possibile avvelenamento. Analisi tossicologiche retrospettive hanno confermato la presenza di sostanze velenose, probabilmente somministrate poco prima dell’attacco fisico.
Le indagini e i sospetti
Le autorità hanno individuato due possibili protagonisti: la vedova, Giovanna Navarra, ora 75enne e residente in provincia di Trapani, e un terzo individuo ritenuto complice, identificato come Domenico Scarfò, cittadino di Vigevano. La moglie di Ancona era già sotto indagine per un tentato omicidio ai danni del figlio Antonino, un procedimento che ha riacceso l’interesse sulla vicenda del 1987.
Secondo le ricostruzioni, Navarra avrebbe indebolito il marito mediante la somministrazione di veleno, per poi orchestrare l’assalto con colpi al capo; successivamente gli aggressori avrebbero cercato di coprire il delitto spargendo benzina e, forse, facendo cadere il corpo sotto una betoniera o un veicolo pesante, nel tentativo di far passare le ferite per incidenti stradali.
La dinamica suggerisce un movente legato alla scoperta di una relazione extraconiugale della moglie, scoperta poco prima della morte di Ancona. Il legame affettivo tradito avrebbe potuto spingere la donna a commissionare il delitto, avvalendosi del complice individuato.
Il percorso della vicenda dal 1987 al 2026
Il 10 febbraio 1987, Ancona e la moglie si recarono alla stazione di Mortara per prendere il treno delle 17:38 verso Vigevano. Da quel momento in poi le loro strade si separano: lei proseguì verso commissioni, mentre lui si diresse alla Camera del Lavoro. La moglie, dopo aver atteso fino alle 20:00 senza alcun riscontro, denunciò la scomparsa ai carabinieri.
Il giorno successivo, i militari trovarono il corpo lungo la provinciale 26. Le figlie, fin da subito, contestarono la versione del suicidio basata su presunti problemi di salute e di disoccupazione dell’uomo. La pressione delle sorelle ha infine spinto la Procura a riaprire il caso nel 2024, consentendo di raccogliere gli elementi che hanno portato alla conclusione attuale.
La difesa delle figlie, rappresentata dall’avvocato Annalisa Gasparre, ha espresso fiducia nella conclusione delle indagini preliminari, sottolineando l’importanza della verità storica per la famiglia. Con la nuova perizia, la Procura di Pavia si prepara a spostare l’inquadramento da «suicidio» a omicidio, avviando le procedure giudiziarie contro i due indagati.



