18 Settembre 2026 ☁ 25°

Maresciallo Antonio Ridolfi, sub esperto, disperso nello Stretto

Il sub della Marina Militare Antonio Ridolfi è svanito nella notte di mercoledì a Messina, scatenando un massiccio intervento delle forze di soccorso.

Maresciallo Antonio Ridolfi, sub esperto, disperso nello Stretto

Il maresciallo Antonio Ridolfi 49enne originario di Giulianova, è stato dato per disperso mercoledì scorso mentre praticava un’immersione nelle acque dello Stretto di Messina. Il professionista della Marina Militare si trovava in vacanza sulla costa siciliana e, dopo aver parcheggiato l’auto in via Palazzo a Torre Faro, si è diretto verso il tratto di mare di fronte per immergersi.

Le prime ore della mattinata sono state segnate da un silenzio inquietante: le tracce del sub non sono più riemerse, nonostante le ricerche siano proseguite ininterrottamente per più di ventiquattro ore. L’unica informazione certa è il suo ultimo contatto visivo, registrato dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Le circostanze dell’immersione di Antonio Ridolfi

Secondo le ricostruzioni, Ridolfi si è tuffato intorno alle 11.30 di mercoledì, pochi minuti prima dell’inizio di un forte flusso di corrente tipico di quelle acque. L’area è nota per il relitto di una nave affondata a circa quaranta metri di profondità meta prediletta da subacquei per le foto subacquee. Il subacqueo era equipaggiato con un rebreather dispositivo a circuito chiuso che permette il riciclo del gas respiratorio, consentendo immersioni prolungate e a notevoli profondità senza l’uso di bombole tradizionali.

Equipaggiamento e condizioni ambientali

Il rebreather è stato scelto da Ridolfi per la capacità di ridurre al minimo le bolle d’aria, un vantaggio per le riprese fotografiche e per l’esplorazione di ambienti sensibili. Oltre al sistema di respirazione, il sub portava con sé uno scooter subacqueo un propulsore elettrico che consente di muoversi con maggiore agilità sul fondo. Tuttavia, le condizioni del mare quel giorno erano particolarmente turbolente: le correnti stretto-messinesi hanno una velocità variabile e possono spostare rapidamente un subacqueo fuori dal proprio percorso previsto.

Le operazioni di ricerca e i risultati finora

Il momento della scomparsa ha attivato un intenso coordinamento tra diverse autorità: Guardia CostieraVigili del FuocoGuardia di Finanza e il Nucleo SAU della Marina Militare ad Augusta. Sul territorio aereo sono intervenuti un velivolo della Guardia Costiera di Catania e un elicottero dei Vigili del Fuoco. Le imbarcazioni impiegate includono cinque motovedette della Capitaneria di Porto e un pattugliatore d’altura della squadra aeronavale delle Fiamme Gialle.

Dettagli sui ritrovamenti e ipotesi

Tra i primi indizi recuperati al largo di Papardo vi sono due palloni di segnalazione legati a una cima di circa venti metri. Il dispositivo di emergenza è stato lanciato dal sub, suggerendo una possibile situazione di SOS. È stata inoltre trovata una corda di pari lunghezza, ma nessuna delle apparecchiature di immersione, come il rebreather o lo scooter, è stata localizzata. Le ipotesi più accreditate indicano un malore improvviso seguito da una perdita di controllo, complicata dalle correnti che avrebbero potuto spostare l’operatore verso il bacino di Catania.

Coordinamento delle unità di soccorso

Le ricerche hanno seguito un approccio a più livelli: i sommozzatori hanno setacciato il fondale con visori a infrarossi mentre le imbarcazioni hanno effettuato scatti sonar ad alta risoluzione. Dal cielo, gli elicotteri hanno sorvolato le aree di maggiore rischio, fornendo dati in tempo reale alle basi operative. Nonostante la mobilitazione di più di trenta professionisti e l’impiego di tecnologie avanzate, fino al tardo pomeriggio non è emerso alcun segno del subacqueo. Le speranze di un ritrovamento vivo si sono progressivamente affievolite, ma le autorità hanno promesso di proseguire le operazioni finché non si avranno risposte definitive.

Il caso di Antonio Ridolfi ha riacceso il dibattito sulla sicurezza delle immersioni in acque caratterizzate da forti correnti, soprattutto quando si utilizzano dispositivi come il rebreather, che, pur offrendo vantaggi tecnici, richiedono una gestione rigorosa dell’ambiente circostante. La comunità subacquea e le istituzioni militari stanno valutando possibili revisioni delle procedure operative per ridurre il rischio di tragedie simili in futuro.

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