La Vertenza electrolux si è riaccesa con un nuovo elemento che ha aumentato la tensione tra lavoratori, sindacati e amministrazioni locali: la produzione di cappe simili a quelle realizzate a Cerreto d’Esi è stata avviata in uno stabilimento in Polonia, secondo quanto denunciato dalle rappresentanze sindacali. La notizia è arrivata mentre permane lo stato di agitazione per la prospettata chiusura dello stabilimento e i relativi 170 esuberi.
La situazione a Cerreto d’Esi e la reazione sindacale
Alla base della protesta c’è il piano di ristrutturazione presentato da Electrolux, che prevede la sospensione dell’attività nello stabilimento marchigiano. I lavoratori hanno tenuto un’assemblea con le segreterie nazionali e locali dei sindacati, da cui è uscita la proclamazione di uno sciopero locale di otto ore da organizzare prima della riconvocazione al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel frattempo è confermato lo stato di agitazione con lo sciopero a «scacchiera» e la permanenza di un presidio davanti ai cancelli.
Le accuse sui trasferimenti produttivi
La Fiom ha denunciato che l’azienda, nonostante l’impegno preso al Mimit di non adottare iniziative unilaterali, avrebbe comunque avviato la produzione in Polonia «proprio ieri», creando una linea che monta le stesse cappe prodotte a Cerreto d’Esi. Questo trasferimento, sempre secondo i sindacati, sarebbe stato messo in atto senza attendere la riconvocazione ministeriale prevista per il 15 giugno, aumentando la sfiducia nei confronti delle controparti aziendali.
Le posizioni politiche e istituzionali
Il tema ha superato i confini locali: il sindaco di Fabriano, David Grillini, ha definito la possibile chiusura come «un colpo durissimo» per un territorio già provato da difficoltà economiche e sociali, invitando a respingere il piano di ristrutturazione. Salvaguardare i posti di lavoro, ha osservato, è essenziale per proteggere il tessuto demografico e produttivo delle aree interne delle Marche, che rischiano di subire un ulteriore spopolamento senza politiche industriali efficaci.
Richieste agli enti e all’azienda
I sindacati chiedono l’impegno delle istituzioni per obbligare Electrolux a rivedere il piano e a mantenere produzione e occupazione sul territorio. Le sigle hanno ribadito che le risorse pubbliche devono sostenere una politica industriale coerente e selettiva, non incentivi generici senza condizionalità, per competere alla pari sui mercati internazionali.
La mobilitazione: strategie e prossimi passi
Durante l’assemblea erano presenti i segretari regionali e nazionali dei principali sindacati metalmeccanici: Fim, Fiom e Uilm. Le parole d’ordine sono unità e mobilitazione diffusa. Oltre allo sciopero locale di otto ore, è stato confermato il ricorso allo sciopero a «scacchiera», una modalità che prevede astensioni a rotazione per mantenere alta la pressione senza bloccare il sito in modo continuo.
L’incontro al Mimit e la data chiave
Le parti torneranno a incontrarsi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy il 15 giugno. I sindacati promettono una presenza compatta per chiedere ad Electrolux il ritiro del piano di disimpegno industriale e la garanzia di soluzioni per i lavoratori interessati. L’obiettivo dichiarato è impedire che le decisioni aziendali sottraggano capacità produttiva e posti di lavoro al territorio senza percorsi di riconversione o ricollocazione.
Implicazioni economiche e sociali
La chiusura di uno stabilimento come quello di Cerreto d’Esi non è un problema isolato: si inserisce in un quadro più ampio di riconfigurazione delle filiere industriali in Europa, dove spesso la delocalizzazione viene giustificata da costi competitivi e organizzazione delle catene di fornitura. Per la comunità locale il rischio è la perdita di reddito, competenze e indotti legati alla produzione, con ricadute sull’equilibrio sociale e demografico.
La partita resta aperta. Tra assemblee, presidî e appuntamenti istituzionali, lavoratori e rappresentanze sindacali puntano a recuperare tempo e margini di contrattazione per mettere al centro tutele occupazionali e un progetto industriale alternativo. Nel frattempo la mobilitazione continua, con l’attesa del 15 giugno come momento cruciale per tentare di invertire la rotta.



