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Fonici e trascrittori in sciopero nazionale: presidi e richieste al ministero della Giustizia

Una giornata di protesta nazionale ha visto presidi davanti ai tribunali e alle prefetture per lo sciopero dei fonici, trascrittori e stenotipisti: le sigle sindacali denunciano l'assenza del ministero della Giustizia e chiedono garanzie su appalti, salari e continuità lavorativa.

Fonici e trascrittori in sciopero nazionale: presidi e richieste al ministero della Giustizia

Il 29 maggio 2026 è stata indetta una giornata di mobilitazione nazionale dai lavoratori impiegati nell’appalto del Ministero della Giustizia per il servizio di documentazione degli atti processuali. La protesta ha visto presidi e volantinaggi davanti a diversi tribunali e sedi istituzionali, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle condizioni occupazionali e retributive di chi registra e trascrive udienze.

Le federazioni sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti hanno coordinato lo sciopero, che interessa circa 1.500 addetti su tutto il territorio nazionale. I sindacati denunciano la mancanza di risposte concrete da parte del Dicastero e la volontà dello stesso di mantenere esternalizzato il servizio senza offrire garanzie sui livelli occupazionali.

Contesto e motivazioni della mobilitazione

Le richieste alla base della protesta riguardano il mantenimento dei posti di lavoro, la tutela dei salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Si tratta di figure professionali che, come sottolineano le rappresentanze sindacali, svolgono un ruolo essenziale nelle udienze: il loro lavoro garantisce la produzione e la trasmissione delle trascrizioni che i giudici e gli uffici utilizzano quotidianamente. I sindacati definiscono questi lavoratori come personale essenziale ma precario, spesso impiegato con contratti legati a gare d’appalto e cooperative.

Esiti dei confronti istituzionali

I tentativi di mediazione non hanno prodotto esiti positivi. In particolare, il confronto avvenuto presso il Ministero del Lavoro non ha portato a un accordo risolutivo, anche perché il Ministero della Giustizia non si è presentato alle convocazioni, limitandosi a inviare comunicazioni scritte. Secondo le organizzazioni sindacali, nella missiva il Dicastero ha ribadito la scelta di esternalizzare il servizio e ha escluso l’assunzione di impegni diretti sulla tutela occupazionale dei lavoratori coinvolti.

Come si è svolta la giornata di protesta

La mobilitazione si è concretizzata con sit-in e presidî organizzati in più città. Ad Ancona, una decina di lavoratori hanno presidiato il tribunale esponendo striscioni e distribuendo volantini sotto lo slogan “senza di noi la giustizia è muta“; la protesta regionale ha posto l’accento sulla scadenza imminente dell’appalto locale e sull’assenza di gare o proroghe che assicurino la continuità occupazionale.

A Palermo il presidio in piazza antistante il tribunale ha coinvolto circa sessanta operatori che lavorano nei tribunali di Palermo e Termini Imerese, molti dei quali operano nel settore da decenni. A Matera è stato organizzato un presidio davanti alla Prefettura per rappresentare le istanze della Basilicata. In tutte le piazze l’obiettivo comune era chiedere certezze su appalti, tutele salariali e garanzie normative.

Richieste specifiche e temi aperti

Le richieste avanzate dalle sigle sindacali includono la tutela dei livelli occupazionali in caso di nuove gare, misure per evitare il dumping contrattuale tra appalti, e un confronto serio sul futuro del servizio. I sindacati ricordano che molte lavoratrici e molti lavoratori hanno iniziato a svolgere questa professione a partire dalla fine degli anni Ottanta e attendono da tempo una prospettiva di stabilità.

Implicazioni e prossimi passi

La protesta segnala tensioni più ampie legate alla gestione degli appalti pubblici e alla responsabilità delle stazioni appaltanti nel garantire il corretto trattamento normativo ed economico dei dipendenti. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato che, se il Dicastero non aprirà un tavolo concreto di confronto, sono pronti ad avviare ulteriori iniziative di mobilitazione e a mettere in campo azioni per tutelare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati nella documentazione degli atti processuali.

Intanto, sul territorio le presenze e i numeri delle adesioni sono stati utilizzati per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni locali, con la richiesta che i presidenti dei tribunali e i prefetti favoriscano un dialogo capace di individuare soluzioni praticabili entro le scadenze degli appalti in corso.

Un tema di sistema

Al di là delle singole vertenze locali, la questione solleva interrogativi sul modello di gestione dei servizi giudiziari esternalizzati: la scelta di mantenere la documentazione degli atti fuori dall’organico diretto dello Stato comporta, secondo i sindacati, rischi di precarietà diffusa e responsabilità evade dal soggetto appaltante. La mobilitazione del 29 maggio 2026 vuole essere un richiamo a una riforma delle prassi amministrative che ridia certezza lavorativa a chi contribuisce ogni giorno al funzionamento della giustizia.

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