Sabato 19 settembre 2026, la notizia che il maresciallo sub Antonio Ridolfi non sia più emerso dalle acque di Torre Faro ha scosso l’intera comunità di Marina Militare di Ancona. Il subacqueo, 49enne, è scomparso mercoledì mentre effettuava un’immersione profonda in uno dei tratti più insidiosi dello Stretto di Messina. L’unico reperto recuperato al largo di Papardo sono due palloncini rossi legati a una cima di venti metri, accompagnati da una corda: gli unici indizi lasciati dal professionista.
Ridolfi, originario di Giulianova, era in vacanza in Sicilia quando, nonostante l’annullamento dell’accompagnamento di un amico, decise di proseguire da solo. Conosceva il fondale locale come le sue tasche e aveva in dotazione uno scooter subacqueo e un rebreather per le grandi profondità. La sua esperienza era così consolidata da essere definita da colleghi “uno dei più esperti, non uno sprovveduto”.
Gli ultimi minuti di Antonio Ridolfi a Torre Faro
Secondo le testimonianze, Ridolfi è stato visto entro l’ora di pranzo entrare in acqua da una piccola imbarcazione parcheggiata vicino alla chiesa di Torre Faro. L’obiettivo era raggiungere una zona di circa 20 metri di profondità, dove avrebbe bisogno di utilizzare il suo equipaggiamento per una sessione di immersed diving. Durante la discesa, il suo segnale di emergenza è stato intercettato a 20 metri, ma subito dopo è scomparso, lasciando dietro di sé solo il materiale di segnalazione recuperato successivamente.
Segnale di emergenza a 20 metri
Il dispositivo ha inviato un avviso che è stato captato da unità di soccorso al largo di Papardo. Il segnale, tuttavia, non ha più fornito coordinate stabili, suggerendo un rapido abbandono della zona da parte del subacqueo. La corda trovata è stata identificata come quella usata per collegare i due palloncini rossi, che erano fissati a una cima di venti metri per facilitare la localizzazione in caso di emergenza.
La risposta delle forze di soccorso nello Stretto di Messina
Appena appreso lo scomparso, una vasta operazione è stata lanciata, trasformando lo Stretto in una vera e propria macchina da guerra. Sommozzatori provenienti da Palermo, Napoli e Reggio Calabria hanno affondato cinque motovedette, mentre un pattugliatore della Finanza e diverse unità aeree hanno sorvolato l’area. Elicotteri e aerei di ricognizione hanno scandagliato il territorio, alla ricerca di eventuali tracce del subacqueo.
Condizioni ambientali e difficoltà operative
Le correnti che attraversano lo Stretto, spesso descritte come le correnti di Scilla e Cariddi, hanno reso le operazioni estremamente pericolose anche per i soccorritori. In quel punto, la profondità del mare può raggiungere i 200 metri, e le acque torbide limitano la visibilità. Inoltre, la sottilissima striscia di mare tra la costa siciliana e quella calabrese registra variazioni improvvise di velocità, ostacolando le scoperte di oggetti sommersi.
Nonostante l’intensità dell’intervento, le ricerche non hanno finora prodotto nuovi indizi. I familiari di Ridolfi, nella sua città natale di Giulianova, continuano a pregare e a sperare in un esito favorevole, benché le prospettive rimangano purtroppo basse. Il caso rimane aperto, con la speranza che eventuali nuove tracce possano emergere nei prossimi giorni.



