Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, in occasione dell’incontro promosso dall’Ordine Tsrm Pstrp Marche in collaborazione con l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, è stato posto al centro il tema della relazione clinica nelle professioni sanitarie. Il convegno, svoltosi sabato 23 maggio 2026, ha riunito operatori, accademici e rappresentanti istituzionali per discutere i profili pedagogici, psicologici, filosofici ed etici che accompagnano la pratica assistenziale. In apertura il presidente del Consiglio comunale di Ancona, Simone Pizzi, ha portato il saluto della città e ha premuto sull’importanza di conservare la persona come nucleo centrale dell’agire clinico.
Pizzi, che oltre a ricoprire un ruolo istituzionale è anche medico e direttore di un centro regionale per la terapia del dolore e le cure palliative pediatriche, ha offerto una testimonianza ricca di esperienza: la cura non si esaurisce nella prestazione tecnica, ma nasce dall’incontro con una storia individuale. Da qui la proposta che “prima della diagnosi vi è l’ascolto” e che “prima della terapia vi è l’incontro”: affermazioni che hanno dato il tono al dibattito e alla riflessione sulla medicina narrativa come risorsa per restituire senso alla relazione di cura.
Ascolto come primo atto clinico
Il primo nucleo di riflessioni verte sull’ascolto come gesto clinico fondamentale. Lungi dall’essere un accessorio, l’ascolto costituisce una pratica che consente di cogliere la complessità della persona oltre i segni della malattia: storia, paure, risorse e relazioni. Durante il convegno è emerso come dedicare tempo alla comunicazione non rallenti la cura, ma ne potenzi l’efficacia, creando un rapporto di fiducia che facilita la condivisione delle scelte terapeutiche e il rispetto della dignità del malato.
Origini e significato della clinica
È stato richiamato il significato etimologico del termine clinica, derivato dal greco klino, che implica il chinarsi verso l’altro e una prossimità attiva. Questo richiamo serve a rinforzare l’idea che la relazione clinica è un atto di vicinanza che coniuga competenza e cura della persona. I relatori hanno sottolineato come un approccio narrativo alla pratica consenta di riconoscere il paziente non solo come portatore di sintomi, ma come titolare di una trama di esperienze che la cura deve rispettare e comprendere.
Pratiche quotidiane e strumenti
Sono state proposte modalità concrete per rendere operativo l’ascolto nella routine clinica: tempi dedicati alla comunicazione, formazione specifica sulle abilità relazionali, e l’inserimento della medicina narrativa negli standard formativi. Si è discusso dell’uso della parola come strumento terapeutico e della necessità di spazi organizzativi che garantiscano il tempo sufficiente per il dialogo, annotando che anche piccoli cambiamenti procedurali possono migliorare significativamente l’esperienza di chi riceve cure.
Formazione: coniugare rigore scientifico e sensibilità umana
Un secondo filone ha riguardato la preparazione delle future generazioni di professionisti sanitari. Educare alla relazione clinica significa, secondo gli interventi, promuovere un modello formativo che integri competenze tecniche con capacità comunicative, etiche e riflessive. L’obiettivo è creare professionisti capaci di gestire la complessità clinica mantenendo al centro il rispetto e la dignità della persona, in cui il rigore scientifico e l’attenzione etica procedono di pari passo.
Etica della parola e fiducia
Nel corso delle sessioni è stata posta particolare attenzione al valore etico delle parole: il linguaggio scelto dal professionista può sostenere o minare la relazione terapeutica. Educare a un uso responsabile della comunicazione è quindi parte integrante della formazione e contribuisce a consolidare il legame di fiducia tra istituzioni, operatori e cittadini. I partecipanti hanno concordato che tale legame è una risorsa fondamentale per la coesione sociale.
La relazione clinica come risposta alla frammentazione sociale
Infine il convegno ha indagato la dimensione sociale della relazione clinica, vista come presidio contro la solitudine crescente nelle comunità contemporanee. I professionisti sanitari sono stati descritti come portatori di prossimità civile, in grado di offrire riconoscimento e dignità attraverso pratiche di ascolto e vicinanza. Tale funzione pubblica della cura è stata definita non solo terapeutica, ma anche civica, perché contribuisce a tessere relazioni autentiche e a contrastare l’isolamento.
In chiusura, le conclusioni ribadiscono che formare alla relazione clinica vuol dire promuovere un umanesimo contemporaneo che intreccia scienza, etica e prossimità. Dalle testimonianze e dai contributi emersi alla Mole Vanvitelliana è scaturita l’urgenza di trasformare queste indicazioni in pratiche condivise, per garantire che ogni intervento sanitario sia insieme competente e profondamente umano.



