Il 21.06.2026 alle 15:15 la discussione pubblica sul nuovo Piano regionale dei rifiuti nelle Marche è tornata al centro dell’attenzione. A intervenire è stato il consigliere regionale Maurizio Mangialardi del PD che ha denunciato come la dialettica sia degenerata nello slogan “inceneritore sì o inceneritore no”. Questa semplificazione, secondo Mangialardi, riesce a oscurare la questione più ampia: quale modello di economia circolare vogliamo per la regione?
L’analisi parte da un punto cruciale: la pianificazione degli impianti deve essere pensata su scala regionale, non locale. Quando il confronto si riduce a opporre pro o contro un unico tipo di impianto, si perde di vista la necessità di una strategia che privilegi la prevenzione, il riuso e il recupero della materia, prima ancora di definire come trattare il residuo effettivo.
Pianificazione regionale e rischio frammentazione decisionale
Il nodo centrale sollevato da Mangialardi è la mancanza di un vero Piano regionale delle aree idonee per l’impiantistica dei rifiuti. Senza criteri tecnici, ambientali e urbanistici stabiliti a livello regionale, ogni progetto finisce per essere gestito come un caso a sé, con conflitti locali simili a quelli già osservati in altri settori come il fotovoltaico e l’eolico. Questa dinamica sposta la discussione dal come chiudere il ciclo dei rifiuti al solo problema della localizzazione di singoli impianti.
Dimensione sovracomunale degli impianti
Gli impianti per il trattamento dei rifiuti hanno una portata che travalica i confini comunali: per questa ragione Mangialardi chiede una programmazione regionale che stabilisca dove, secondo criteri condivisi, debbano sorgere le strutture necessarie alla chiusura del ciclo. L’assenza di questo passaggio può tradursi in scelte improvvisate e nella ripetizione di contrasti territoriali che alla lunga danneggiano la capacità della Regione di perseguire una strategia coerente.
Impatto economico e coerenza con gli obiettivi europei
Un altro elemento su cui insiste il consigliere del PD riguarda i costi e la sostenibilità di un grande impianto di incenerimento. La costruzione di una struttura di questo tipo comporterebbe un investimento iniziale che si avvicina al mezzo miliardo di euro. Oltre al costo di realizzazione, l’orientamento dell’Unione Europea pesa sul bilancio di esercizio: l’ipotesi di inserire i termovalorizzatori nel sistema ETS implicherebbe per i gestori l’obbligo di acquistare quote emissive per compensare la CO2 prodotta, con un aggravio fiscale rilevante.
La prospettiva europea va nella direzione della riduzione del rifiuto residuo attraverso politiche di prevenzione, raccolta differenziata e recupero di materia. In questo contesto, un grande impianto che richiede rifornimenti continui rischia di essere in contrasto con l’obiettivo di riduzione: se la Regione riuscirà a raggiungere i target, la quantità di rifiuti disponibili per il trattamento diminuirà, mettendo in discussione la congruità del dimensionamento progettuale.
Capacità dell’impianto e rischio di importazione di rifiuti
Nella proposta citata emerge un numero preciso: 370.000 tonnellate all’anno. Mangialardi sottolinea che un impianto con questa capacità potrebbe non essere tarato sulle reali esigenze future delle Marche. La domanda che ne deriva è diretta: con quali rifiuti verrà alimentato quell’impianto? Se la produzione regionale di residuo scenderà come previsto dalle politiche europee, l’alternativa sarebbe importare rifiuti da altre regioni, trasformando le Marche in un potenziale polo di incenerimento per il Centro Italia. Se questa fosse la strategia, Mangialardi ritiene che debba essere esplicitata con chiarezza ai cittadini.


