Una complessa operazione condotta dalla Guardia di Finanza di Torino e Ancona ha portato alla luce una frode IVA della portata di oltre 100 milioni di euro, con un profitto illecito stimato intorno ai 25 milioni. L’indagine, avviata sul territorio marchigiano e ampliata a diverse regioni italiane, ha rivelato l’esistenza di una vera e propria associazione per delinquere che si estendeva anche oltre i confini nazionali, coinvolgendo imprese in Austria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania e Ungheria.
Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Ancona, in stretta collaborazione con la contropartita torinese, ha operato sotto la direzione della Procura europea. Tra il 2018 e il 2022, la rete ha emesso fatture per operazioni inesistenti per circa 100 milioni di euro, generando un danno complessivo stimato di 25 milioni a carico dello Stato italiano e dell’Unione europea. Il risultato è stato l’attivazione di 18 provvedimenti cautelari, la più ampia azione di questo genere nella zona.
Operazione con 18 provvedimenti cautelari
Il GIP del Tribunale di Torino ha disposto dodici provvedimenti di custodia cautelare e sette misure interdittive. Otto delle custodie hanno comportato l’immediata reclusione in carcere, mentre tre sono state convertite in arresti domiciliari. Le interdizioni hanno vietato a sette soggetti di esercitare qualsiasi attività professionale o imprenditoriale, imponendo al contempo l’obbligo di presentazione periodica presso la polizia giudiziaria.
Tipologie di provvedimenti restrittivi
Le misure cautelari includono:
- Ordini di custodia cautelare 11, di cui 8 in carcere e 3 a domicilio;
- Provvedimenti interdittivi 7, con divieto temporaneo di svolgere attività commerciali o professionali;
- Obblighi di presentazione alla Polizia giudiziaria per i soggetti sottoposti a interdizione.
Il meccanismo della frode IVA
La struttura fraudolenta si basava su società denominate “cartiere” e “filtro” spesso intestate a prestanome e prive di dipendenti o attività operative. Queste entità, distribuite tra Italia e paesi dell’Europa dell’Est, emettevano fatture per compravendite di materie plastiche – e, in alcuni casi, di calzature – che in realtà non si sono mai conclusi. In più, in alcuni scenari, le stesse partite di plastica venivano trasportate fisicamente tra l’Italia e l’Austria, ma le fatture illustrare cessioni verso società estere dove la merce non è mai arrivata, consentendo ai clienti finali di detrarre indebitamente l’ IVA.
Il circuito finanziario era alimentato da “finanziatori” esterni, i quali mettevano a disposizione fondi per sostenere i pagamenti legati alle fatture false. Le autorità hanno ricostruito il flusso patrimoniale grazie a intercettazioni telefoniche, pedinamenti, analisi bancarie e consultazione di banche dati, confermando l’uso di falsi documenti fiscali come unico strumento per ottenere il credito d’imposta.
Soggetti, sequestri e risorse impiegate
Le indagini hanno identificato 56 persone coinvolte, tra imprenditori e professionisti delle province di Ancona, Fermo e Macerata, che gestivano 34 imprese italiane e otto società estere. Il sequestro preventivo è stato disposto su beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa 25 milioni di euro, interessando 23 persone fisiche e 16 entità giuridiche.
Più di 140 finanzieri dei Nuclei PEF di Torino e Ancona, affiancati dalle unità territoriali di Piemonte, Marche, Lazio, Veneto, Lombardia, Puglia e Calabria, hanno eseguito le perquisizioni. Alcune squadre hanno impiegato anche le unità cinofile “cash dog” addestrate a individuare denaro contante. L’operazione, coordinata dalla Procura europea, è inserita nella fase delle indagini preliminari, con gli indagati ancora soggetti al principio di presunzione di innocenza fino a una eventuale sentenza definitiva.



