Il dibattito sul futuro termovalorizzatore nelle Marche si infiamma. EveryOne Group, associazione per i diritti umani, civili e contro le discriminazioni, interviene con una posizione netta: l’area Fano-Tavullia-Pesaro non può essere considerata per la localizzazione di un impianto di smaltimento senza valutazioni indipendenti e aggiornate.
L’associazione chiede che vengano analizzati tutti gli impatti sanitari, atmosferici, idrogeologici e ambientali prima di prendere qualsiasi decisione. Una richiesta che arriva mentre la Regione Marche sta valutando diverse aree per un impianto da circa 370.000 tonnellate annue.
La raccolta differenziata supera il 75%: perché un termovalorizzatore?
Fano, Tavullia, Pesaro e Corinaldo sono tra le aree prese in considerazione per il nuovo impianto. Tuttavia, la raccolta differenziata a Fano supera già il 75%, un dato che solleva dubbi sulla necessità di un grande impianto di combustione. Amministratori e forze sociali temono che l’attenzione si sposti dalla prevenzione e dal riciclo verso lo smaltimento.
Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group, sottolinea che la scelta di un sito non può basarsi solo sulla carta degli impianti o sulle necessità di smaltimento. È fondamentale partire dalle persone che già vivono in quel territorio e considerare tutte le pressioni esistenti: qualità dell’aria, traffico, attività industriali, impianti già presenti, vulnerabilità idraulica, risorse idriche e situazione sanitaria.
Malini insiste sul fatto che la valutazione deve essere cumulativa, non frammentata. Se un territorio presenta già elementi di vulnerabilità, aggiungerne altri non è una risposta responsabile. Pesaro e Fano, ad esempio, hanno una storia documentata di particolare esposizione al PM10.
Studi epidemiologici aggiornati e impatti sulla popolazione
EveryOne Group richiama l’attenzione su un dato epidemiologico che richiede approfondimento: il Registro Tumori della Regione Marche ha rilevato per il periodo -nella provincia di Pesaro-Urbino 436 casi di tumore dello stomaco e un eccesso statisticamente significativo di incidenza. Malini precisa che non si sostiene che tale dato possa essere attribuito a una singola causa ma che è indispensabile disporre di uno studio epidemiologico aggiornato dell’area vasta Fano-Tavullia-Pesaro prima di localizzare un impianto di queste dimensioni.
Un altro fattore critico è la presenza della discarica di Ca’ Asprete a Tavullia, attiva dall’inizio degli anni Novanta e destinata alla chiusura nel 2028. Il territorio ha già sostenuto per decenni una funzione ambientale a servizio di una comunità molto più ampia.
Fragilità territoriale e vincoli ambientali
La fragilità territoriale è un altro aspetto cruciale. I criteri regionali di localizzazione degli impianti prevedono fattori di esclusione ambientale, tra cui aree naturali protette, siti natura 2000, zone di tutela delle captazioni potabili e altri vincoli. La Regione ha formalmente censito aree di salvaguardia delle captazioni idropotabili sia a Fano sia nel comprensorio Pesaro-Tavullia.
Malini sottolinea che Fano, Tavullia e Pesaro non possono essere considerate territori vuoti sui quali collocare ciò che altrove è difficile insediare. Sono comunità densamente abitate, con sistemi produttivi, infrastrutture, corsi d’acqua, falde, aree agricole e una storia ambientale che deve essere presa in considerazione nella sua interezza.
Il principio di precauzione, secondo Malini, non significa opporsi alla tecnologia, ma evitare di trasformare cittadini e famiglie in cavie di una pianificazione costruita a posteriori.
EveryOne Group ha annunciato l’invio di un appello formale e di un dossier alla Regione Marche, al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, al Ministero della Salute, a ISPRA e ARPAM, nonché alla Commissione europea – DG Ambiente e DG Salute e sicurezza alimentare. L’associazione chiede che qualsiasi futura procedura di localizzazione preveda una valutazione sanitaria preventiva, l’analisi degli impatti cumulativi, la verifica integrale dei vincoli idrogeologici e delle aree di salvaguardia delle acque e una partecipazione effettiva delle comunità interessate.
Malini conclude affermando che la questione non è stabilire dove sia politicamente più facile costruire un inceneritore. La domanda corretta è dove sia ambientalmente e sanitariamente sostenibile farlo e se sia davvero necessario quell’impianto invasivo, patogeno, dannoso per l’ambiente e fatale per il turismo. Quando esistono dubbi ragionevoli sulla compatibilità di un territorio, il compito delle istituzioni non è ridurre le tutele per far entrare un impianto, ma proteggere il territorio e le persone che vi abitano.



