Il decennale del sisma 2016 nelle Marche offre un quadro doppiamente significativo: da un lato i cantieri e i segni della ricostruzione, dall’altro la scomparsa, in molte comunità montane, di persone, attività e servizi. A ricordarlo con forza è Cia Marche nel giorno del ricordo, sottolineando che la ferita più duratura non è solo quella degli edifici, ma quella demografica.
Dichiarazioni e riflessioni di Cia Marche sul decennale
Il presidente regionale Alessandro Taddei evidenzia il doppio volto della ripresa: «Dopo dieci anni la ricostruzione è finalmente visibile», ma aggiunge che «non possiamo nascondere che la lentezza con cui è partita e si è sviluppata abbia contribuito ad amplificare un fenomeno che nelle aree interne marchigiane era già presente: lo spopolamento». Taddei osserva come molte famiglie trasferitesi sulla costa abbiano poi scelto di stabilirsi definitivamente in centri più attrezzati, comprando casa o trovando servizi migliori, rendendo più difficile il ritorno nei borghi d’origine.
Impatto sulle aziende agricole e sul territorio
Secondo Cia Marche per molte imprese agricole il terremoto ha rappresentato «in alcuni casi il punto di non ritorno» e ha spinto numerosi titolari ad abbandonare le attività. Pur esistendo esempi di realtà che hanno resistito o addirittura investito per restare operative, il quadro generale segnala una progressiva crescita delle aree abbandonate: superfici che tornano a bosco e terreni non più coltivati. La perdita dell’agricoltore non è solo economica: viene meno una presenza quotidiana che cura il territorio e costituisce un vero e proprio presidio ambientale per le montagne e le valli.
L’intervento di Cia durante l’emergenza e le difficoltà specifiche degli allevatori
Nel periodo immediatamente successivo alle scosse, Cia nazionale e le strutture regionali si mossero in supporto alle aziende. «Come Cia Marche ci attivammo fin dalle prime ore per permettere alle aziende di restare sul territorio», ricorda Taddei, richiamando la solidarietà che aveva coinvolto organizzazioni e agricoltori da altre regioni.
Sostegni logistici e problemi idrici
Per le famiglie sfollate la disponibilità di alloggi sulla costa fu spesso una soluzione, ma per gli allevatori spostarsi era più complicato: animali, stalle e strutture richiedevano presidio continuo. Per questo furono allestite unità abitative temporanee e strutture per le stalle con il coinvolgimento della Regione Marche. Inoltre, il sisma provocò effetti idrogeologici: in alcune aree le sorgenti modificarono il loro apporto, lasciando senza acqua abbeveratoi e piccoli specchi d’acqua, con la conseguente necessità di ricorrere alle autobotti e a costi aggiuntivi per aziende già in difficoltà.
Il rischio sociale ed economico del vuoto demografico nelle aree interne
La perdita di popolazione non riguarda soltanto l’agricoltura: lo spopolamento riduce servizi essenziali come scuole, strutture sanitarie, uffici postali e sportelli bancari, rendendo meno attrattive le aree interne e complicando il rilancio turistico. Matteo Carboni presidente di Cia Ascoli-Fermo-Macerata richiama l’attenzione sulla necessità di «ricostruire la comunità e soprattutto creare nuove opportunità per chi vuole vivere in quelle zone», sottolineando che chi si è insediato lungo la costa difficilmente tornerà se i servizi restano carenti e i collegamenti lenti.
Carboni pone in evidenza anche il peso economico per gli imprenditori agricoli: nelle aree montane il lavoro si svolge spesso con margini ridotti e rese inferiori rispetto alla pianura, quindi è indispensabile prevedere misure che riducano i costi e riconoscano il ruolo dell’agricoltore come custode del territorio. L’assenza di chi coltiva e gestisce la montagna aumenta la vulnerabilità idrogeologica e può ripercuotersi a valle, fino alle coste.
Il bilancio a dieci anni dal sisma 2016, quindi, è composto da cantieri visibili e da borghi che rischiano di restare vuoti. Per Cia Marche la ricostruzione non può limitarsi a rimettere in piedi edifici e infrastrutture: occorre creare condizioni perché le persone scelgano di restare, preservando così il tessuto economico e sociale delle aree interne marchigiane.



