Ancona e le Marche sono al centro di un dibattito acceso riguardante la tutela dei Centri storici e la gestione delle aperture di attività etniche. La discussione è stata accesa dall’approvazione di una norma regionale che mira a limitare le aperture di negozi etnici, kebab in particolare, nei centri storici per salvaguardarne l’identità e il decoro.
La misura, già soprannominata “legge anti-kebab”, ha suscitato reazioni contrastanti tra gli operatori del settore e le istituzioni locali. Da una parte, c’è chi vede nella norma un tentativo di programmazione economica necessaria per evitare la desertificazione dei centri storici, dall’altra chi teme che possa rappresentare una discriminazione verso le attività etniche.
Le posizioni degli operatori economici
Massimiliano Polacco, direttore di Confcommercio Marche Centrali, ha dichiarato: “Io non sono per vietare – dice – ma per programmare”. Secondo Polacco, “quella programmazione economica che, nelle città marchigiane, comincia a mancare, portando alla desertificazione e alla perdita di interesse verso i nostri centri”.
Paolo Longhi, vicepresidente vicario di Confartigianato Ancona e Pesaro Urbino, concorda nello spirito: “A noi interessano più i controlli, che queste attività (etniche, ndr) siano sane, che non ci siano strade parallele che sfavoriscano la concorrenza”. Longhi aggiunge: “Che un sindaco possa controllare i codici Ateco delle nuove aperture è cosa giusta, in alcune zone ormai c’è una forte proliferazione di certe attività”.
Le critiche della Cna
Andrea Cantori, segretario di Cna Ancona, ha espresso dubbi sulla misura: “Cosa ne sarà dei locali etnici che già esistono, di chi ha fatto investimenti?”. Cantori sottolinea che “non sono i kebab che creano problemi al commercio, al food in particolare. Bar e ristoranti sono sì in difficoltà, ma perché la stagione non è partita in maniera rosea”.
Cantori pone una domanda provocatoria: “Se hai un centro già desertificato, non è meglio che ci apra almeno un kebab?”. Secondo lui, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma considerare le specificità di ogni contesto.
Le posizioni istituzionali
Angelo Eliantonio, assessore alle Attività economiche, ribatte: “Ciò che svuota i centri storici è la mancanza di identità, non la sua tutela. Noi vogliamo che chi arriva ad Ancona trovi qualcosa che non trova altrove, la nostra cucina, il nostro artigianato”. Eliantonio chiarisce: “Legge discriminatoria? Non si interviene sulla nazionalità del gestore o sul tipo di cucina, ma sulla qualità e sull’equilibrio dell’offerta commerciale”.
Carlo Ciccioli, eurodeputato di Fratelli d’Italia, è entusiasta della misura: “I centri storici della città – dice – non possono diventare spazi indistinti e privi di carattere, difendere l’identità economica e culturale dei nostri territori significa investire nel loro futuro”.
La sfida di Valeria Mancinelli
Valeria Mancinelli, ex sindaca di Ancona e ora capogruppo Pd in Consiglio regionale, ha lanciato una sfida all’amministrazione Acquaroli: “Appuntamento tra un anno, vedremo quanti kebab, sushi e pub irlandesi sono stati cacciati e quanti nuovi negozi identitari sono stati aperti”. Mancinelli ha aggiunto: “Da questa misura, nemmeno un euro o una misura in più per le nuove attività”.
Il dibattito è ancora aperto e le posizioni sono molto diverse. Da una parte, c’è chi vede nella norma una necessaria tutela dell’identità dei centri storici, dall’altra chi teme che possa rappresentare una discriminazione verso le attività etniche. Quello che è certo è che la discussione continuerà a coinvolgere istituzioni, operatori economici e cittadini delle Marche.



